Archive from settembre, 2009
Set 19, 2009 - caccia    No Comments

domani si va a caccia

L’Armata “Brancaleone” alle Cacciate.

 

 

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Domenica apertura alla stanziale.

La solita atmosfera d’attesa, i due cani anziani che spiano ogni mio movimento perché hanno capito che ci siamo, l’ora è di nuovo vicina,

mi guardano gli abiti sperando di vedermi in “divisa”,

osservano cosa faccio, mi seguono fuori per vedere che auto prendo,

ma vedono la borsa, la camicia chiara…

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capiscono e tornano in casa.09.8.29 007.jpg

Jim è alla prima apertura, in effetti non capisce un ca… di quel che succede,

ma partecipa anche lui all’entusiasmo degli altri,

poi, visto che non lo carico in auto, mogio, mi guarda andar via.

In effetti non ci sono grandi motivi per entusiasmarsi,

ma l’apertura è sempre il primo giorno di caccia.

E noi siamo pronti!

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Io con il mio ginocchio un po’ scasso non so che autonomia potrò avere,

Kate, malgrado i dodici anni, un’oretta ce l’ha di sicuro,

09.8.29 008.jpgJim con una ciotola di pasta e carne fa mille chilometri, ma senza sapere ancora perché,

Spack alla terza volta che cade da solo, lo carico in macchina e lo porto a casa.

Poi c’è Cesare, che non ha rinnovato il permesso ma un giro senza fucile,

almeno il primo giorno, lo viene a fare,

non fosse che per fare sgambare un po’ Luna,

ma anche lei ha dieci anni e l’autonomia è quella che è.

Questa la truppa per l’apertura.

Non un reparto speciale, tutt’altro!09.8.20 008.jpg

Ma l’entusiasmo è quello di sempre,

Anche se di selvatici, girando coi cani ne abbiamo visti pochini,

anche se, per le scarse piogge, la campagna è avvolta in un colore giallastro che sa di malato,

anche se…

Ma chi se ne frega!

Noi andiamo, una bella camminata non ce la toglie nessuno!

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E se non cacceremo niente?

Non sarebbe la prima volta e siamo sempre sopravvissuti!

E se piove?

Dopo, la cosa più bella è sedersi in poltrona e asciugarsi davanti al camino.

In mano, a scelta, un Negroni ghiacciato o un punch caldo.

Nell’aria il profumo di pasta e fagioli….

 

p.s. Intanto alle 10.01 di oggi, dopo più di un anno, sono iniziate le mie ferie.

Non sono abituato ad essere in ferie.

Cosa fai in un grigio sabato mattina piovoso mentre Maria va a fare la spesa?

Attacco un cd di country e mi metto ai fornelli.

Parto per una mission impossible, né a Maria, né a me piacciono le castagne secche.09.9.19 005.jpg

09.9.19 004.jpgEcco la mia zuppa di mele e castagne secche, con olive e funghi, al Castelmagno con corona di lardo, che chiameremo “zuppa del cacciatore”.

Per essere gente che non ama le castagne secche, direi che la zuppa è sparita in tempo da record!

Merito da dividere con uno splendido Ruchè di Castagnole M.to, ma comunque il risultato è stato ottimo.

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Set 14, 2009 - bike    2 Comments

Un tranquillo week end

Immagine 037.jpgIn bici

Fine settimana pieno.

Potremmo parlare dei giri coi cani all’alba, Immagine 047a.jpg

potremmo discutere del giro in canoa al Lago di Candia dopo che siamo andati fino al lago di Mergozzo e abbiamo trovato il paese chiuso per non so quale manifestazione,

della Polizia che ci ha fermati, della pizza di ieri sera…

Invece cominciamo col risotto al Castelmagno di sabato sera che si poteva tagliare col coltello…

Ma procediamo con ordine:

è venuta a trovarci Anna da Polonia e per sabato abbiamo combinato una gita in mountain bike nei dintorni, gonfiare la bici di Maria è stato più difficile del previsto e Valter ha dovuto aspettarci,

ma non ha mugugnato troppo.

Siamo partiti baldanzosi e sorridenti, in particolare Anna, che forte della sua ben più giovane età, ogni due o tre pedalate ricordava la volta che con Mariano eravamo andati in montagna e ci aveva dimostrato la sua netta superiorità atletica lasciandoci a guardarla mentre saliva spedita.

Abbiamo superato i primi ostacoli,

Immagine 026.jpgImmagine 030.jpg

Immagine 029.jpgabbiamo continuato fino al Tanaro e ne abbiamo costeggiato la riva,

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abbiamo superato il ponte per Bassignana e siamo scesi sull’altra riva del fiume.

“Una volta” ci andavamo spesso col fuoristrada e conoscevo abbastanza bene i sentieri,

“una volta”.

Si perché “una volta” i sentieri c’erano.

Sabato, dopo una discesa tra i rami non più tagliati da tempo,

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di sentieri non ne abbiamo più trovati, solo rovi e sterpaglia sotto i pioppi.

Di risalire per la strada percorsa prima non ne aveva voglia nessuno e Anna e Valter, bici alla mano,

 hanno seguito me che insistevo a dire che presto avremmo trovato la carrareccia.

I rovi ci attaccavano le caviglie pungendo e graffiando, ma noi continuavamo…

perché di lì a poco avremmo incontrato il sentiero.

Finalmente invece, dopo essermi piantato in un fosso nascosto dalle frasche (I tentativo di cadere),

ho visto una stradina che saliva dal pioppeto e che ricordavo di aver percorso a suo tempo col fuoristrada.

Abbiamo imboccato con ardore la via d’uscita dal pioppeto irto di rovi e, dopo un sentiero erboso abbiamo raggiunto una bella stradina inghiaiata che ricordavo portare in luoghi “una volta” tranquillamente percorribili.

Giunti ad un bivio abbiamo deciso di scendere ancora verso il fiume per scoprire un eventuale possibile approdo per poi venirci con la canoa.

Il sentiero era ben tenuto e sulla via abbiamo incrociato anche un fuoristrada,

ricordavo di esserci già passato a mia volta col fuoristrada e anche in bici,

intendevo seguire il Tanaro fino alla confluenza col Po e quindi deviare verso Bassignana e verso casa.

In teoria niente di nuovo quindi e il sentiero procedeva ben percorribile sulla bici.

Procedeva, dicevo, si procedeva fin quando si è perso in una spianata di sterpaglie con una esile traccia di pneumatici che continuava verso il fiume e tra gli alberi.

Anna ha girato la bicicletta per tornare indietro, Valter ed io abbiamo deciso che era troppo tardi per rifare tutta la strada percorsa perché il sole stava ormai calando.

E abbiamo proseguito seguendo la traccia dell’auto.

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La bici mi è scivolata di lato e mi sono piantato una seconda volta in un fosso (II tentativo di cadere).

Ma ho proseguito alla testa della ormai demoralizzata colonna.

Intanto gli alberi si infittivano e il sole calava, io cercavo di procedere sulla bici per evitare che la gamba cominciasse a farmi male, era difficoltoso ma era il male minore… finchè le ruote mi sono scivolate in un fosso e mi sono sentito piuttosto instabile, ho guardato di lato e ho visto una “morbida” coltre di sterpaglie, non ho neppure provato a restare in piedi lasciandomi andare e atterrando “morbidamente” sull’erba secca.

La mia caduta ha creato un certo grado di buonumore nei miei sodali, grado forse un tantino eccessivo per quanto concerne l’ilarità tanto che ho dovuto richiamare Anna ai suoi doveri di buona cristiana, ma in effetti scappava da ridere anche a me ed è un vero peccato che la macchina fotografica fosse nella sacca della mia bici.

Liberatomi della bicicletta con l’aiuto della mia amica abbiamo ripreso la via tra le robinie, adesso anch’io con la bici alla mano e Valter in avanscoperta in una striscia di terreno fitto di frasche secche.

Anna era davanti a me e brontolava in una maniera che mi ricordava una preghiera laica pronunciata con voce sommessa.

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Valter ha raggiunto il limitare del campo, ma anche al di là niente sentieri, solo una stoppia di mais.

“Se sono venuti fin qui a trebbiare il mais, un sentiero ci deve pur essere” dico io e la truppa si rianima.

Partiamo decisi verso nord nella stoppia di mais, ma sentieri niente, Valter va verso ovest verso un campo di mais ancora in piedi, ma anche lì niente. Puntiamo allora verso l’altra estremità della stoppia, Valter al di là dei pioppi, Anna al di qua e io nella stoppia (il posto peggiore, ma ogni tanto riuscivo a salire in bici).

In fondo finalmente un sentiero; partiamo decisi verso… boh? Ma da qualche parte ci doveva portare!

Intanto il sole calava e sotto i pioppi cominciava a vedersi una pipa, ma ancora più preoccupante, la vigoria di Anna cominciava a scemare.

Valter (che come saprò più tardi aveva ospiti a cena) provava a dare un ritmo sostenuto, io lo seguivo, poi aspettavo la mia amica di Polonia, la rincuoravo un poco e tornavo da Valter per dirgli di rallentare, lui rallentava e poi ripartiva sperando di spronare la truppa.

Intanto Anna ha cominciato a patire un altro problema: indossava occhiali scuri che servivano anche da vista e con la scarsa luce ha deciso di toglierli.

Solitamente è piuttosto timida, è assai poco propensa al turpiloquio, diventa rossa con facilità,

ma sarà la stanchezza, sarà il timore per la situazione, sarà la luce che calava rapidamente,

ad un certo punto se ne è uscita con un “non vedo un cazzo!” quasi gridato che mi ha molto stupito e che passerà ovviamente alla storia.

Ma non ne poteva più, continuava a pedalare con la forza della disperazione e quando abbiamo raggiunto la strada inghiaiata in leggera salita, è venuta su a piedi.

Io ho rincorso Valter e ci siamo fermati per aspettarla, le abbiamo dato qualche minuto di tregua e siamo ripartiti; non era cattiveria la nostra, ma ormai il sole non c’era più sull’orizzonte e si trattava di percorrere un bel pezzo di provinciale senza fanali e soprattutto il ponte sul Tanaro, lungo e bastardamente stretto.

Anna continuava a ripetere che le macchine non ci vedevano, io stavo dietro di lei “così prendono prima me, forza pedala!” e lei pedalava. Nella discesa non le ho permesso di frenare per percorrere il ponte più velocemente.

E finalmente siamo arrivati in fondo e abbiamo lasciato l’asfalto per imboccare l’argine,

se non altro non rischiavamo più l’arrotamento.

Abbiamo lasciato l’argine a Piovera e mentre attraversavamo il paese sotto la luce dei lampioni ho proposto ad Anna di telefonare a Maria per farla venire a prendere con la macchina, contestualmente poteva poi anche “scortare” Valter e me con le quattro frecce accese. Ed in effetti ho chiamato a casa, ma poiché l’amica di Polonia, stoicamente, continuava a protestare che ce l’avrebbe fatta a finire il giro, quando Maria mi ha risposto ho detto solo “Non ti preoccupare, stiamo arrivando”.

In fondo al paese sono finiti i lampioni e la provinciale, buia come la notte, ci aspettava con il suo traffico del sabato sera lanciato a 100 e passa all’ora.

Valter avrebbe continuato sull’asfalto, Anna era pronta anche all’ammutinamento e ogni auto che ci sfrecciava davanti la faceva più convinta della pericolosità della cosa, io ero indeciso.

“E se passassimo sulle strade di campagna?” propongo io,

“ma è buio, non si vede niente!” ribatte Valter,

“ci vado a caccia, queste le conosco bene e l’allunghiamo solo di un paio di chilometri” conforto io,

“tanto tempo fa mi hai detto che mancavano solo tre chilometri!” si scandalizza Anna,

(era vero, ma l’avevo detto  per non demoralizzarla!)

“comunque meglio su strade di campagna” approva poi.

Valter, un po’ a malincuore aderisce alla proposta e imbocchiamo la strada inghiaiata nel buio senza luna.

La ghiaia chiara risalta nella notte e andiamo via abbastanza bene, ad un bivio la carrareccia diventa erbosa e si vede meno, ma siamo comunque di ottimo umore, ridiamo e scherziamo.

Persino quando mi fermo, un po’ per dire ai miei amici che la strada si fa più aspra per la presenza di grossi sassi, un po’ per far riprendere fiato ad Anna, mentre le faccio una foto riesce a tirar fuori un bellissimo sorriso.

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E ripartiamo.

I sassi spaventano un po’ la mia amica polacca (che peraltro continua a non vedere un ca…!) e lei preferisce farsi un pezzo a piedi, ma intanto raggiungiamo la strada della Vacca, ormai siamo a casa.

Aspettiamo un momento senza auto all’orizzonte, percorriamo qualche centinaio di metri e svoltiamo in una stoppia di grano che so essere ben battuta per il passaggio dei mezzi agricoli e finalmente raggiungiamo la strada di casa.

Salutiamo Valter e arriviamo al cancello di casa mia dove Maria ci aspetta in strada con mia cugina, diamo le spiegazioni del caso mettendo la sordina alle preoccupate proteste della mia compagna e entriamo finalmente in casa.

E qui viene fuori la questione del risotto col castelmagno che si poteva tagliare col coltello: quando ho telefonato a Maria e le ho detto che stavamo arrivando, lei ha buttato in padella il riso, noi, tra una cosa e l’altra ci abbiamo messo più di un’ora ad arrivare e riso si è asciugato in maniera… si poteva tagliare col coltello.

L’avventura, i 35 chilometri abbondanti del giro e l’ottimo umore malgrado le gambe e il sedere dolenti, hanno comunque fatto si che si risvegliasse in Anna e me un ottimo appetito, della padellata di riso non è rimasto neanche un chicco, per non parlare del resto!

PICT0006.jpgSe pensate che non ci si sia divertiti… vi sbagliate di grosso e il giorno dopo siamo ripartiti insieme, con l’aggiunta di Bruna per un’avventura in canoa sul lago. Maria ha preferito restare a casa, ma tornando la sera siamo passati a prenderla per andare a mangiare la pizza tutti insieme.09.9.9 18.jpg

Che poi all’estero ci chiamano “maccheroni” o “pizza&mandolino,”

ma se l’assaggiano… Dio se piace anche a loro!